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L’archeologia rubata; Perde di carattere “etico” l’azione di diplomazia culturale avviata da Rutelli

L’archeologia rubata

Perde di carattere “etico” l’azione di diplomazia culturale avviata da Rutelli

Nell’Italia tombarola che scambia lucciole poco pudiche per lanterne chissà quanto puniche anche il dibattito sul rientro delle opere d’arte nel Belpaese non potrebbe essere più deprimente.
Qualche giorno fa aveva fatto scalpore dalle nostre parti un articolo del 

New York Times che lamentava l’italica noncuranza per il vaso di Eufronio, forse il simbolo della stagione dei “nostoi”, dei capolavori recuperati da musei stranieri (che li avevano comprati con una certa disinvoltura). Il quotidiano americano si sorprendeva della scarsa attenzione riservata al cratere, una volta rientrato in patria ed esposto al museo di Villa Giulia, tra cocci e coccetti. In realtà, non era quello il punto dell’articolo di Michael Kimmelman, che recensiva, invece, un libro sull’azione di diplomazia culturale messa in campo dall’Italia, in particolare dal governo Prodi, quando era ministro Francesco Rutelli: The Lost Chalice del giornalista americano Vernon Silver.
Ma tant’è. Il rimbalzo a casa nostra ha innescato piuttosto una polemica, frettolosamente chiusa da una nota di Mario Resca, il manager della McDonald’s che si dovrà occupare dei musei, che prometteva futuribili progetti di valorizzazione per il vaso. Che, intanto, sarà a Castel Sant’Angelo fino a inizio 2010 per una provvidenziale mostra sul quarantennale del mai troppo celebrato Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, un corpo d’élite che ci invidia il mondo intero (perfino i segugi dell’Fbi stanno cercando di mettersi al passo in questo campo, a quando una serie tv sul recupero delle opere d’arte sul modello dei vari Ncis o Csi?).
Se pare innegabile finora un allentamento di tensione nella politica di rimpatrio delle opere d’arte trafugate, avvilisce il fatto che non venga rivendicato il punto di fondo che aveva mosso il precedente governo; e cioè il carattere “etico” di una azione che aveva avuto il pregio peraltro di mettere a sistema le diverse competenze in materia sviluppate nel nostro paese (studiosi, magistrati, forze di polizia, istituzioni, civil servants). Le ricadute in termini di dibattito internazionale sui crimini legati all’arte, dal punto di vista giuridico e culturale, sono state enormi, anche se non pare che siano in molti a ricordarselo dalle nostre parti.
Ecco, ad esempio, che i rilievi del New York Times su Eufronio siano stati discussi molto all’estero, a riprova della correttezza dell’iniziativa presa dall’Italia negli anni scorsi. Il critico del Los Angeles Times – Christopher Knight, che all’epoca della contesa col Getty era stato assai poco tenero nei nostri confronti – oggi confessa che, anche quando era esposto al Metropolitan di New York, il vaso era ammirato da pochi appassionati.
E che, anzi, se anche a Villa Giulia non c’è la calca, ben venga, perché «l’arte non è per tutti, ma per ciascuno di noi». Troppo elitario? Sarà, ma anche l’esperto di Time, Richard Lacayo, non si è scandalizzato per il ritorno alla normalità del cratere dei record («Era merce rubata, doveva tornare, punto»).
A dire, insomma, che il punto etico di quella battaglia è ormai acquisito a livello internazionale, e costituisce un precedente che viene studiato ed evocato ogni qual volta si riparla di patrimonio e identità culturale.
Così dobbiamo aspettare la stampa estera – fatta eccezione per qualche “rara avis” – per sapere che la Corte d’Appello di Roma ha recentemente condannato a otto anni uno dei più celebri trafficanti di archeologia. O che ad Amelia si sia da poco chiuso un master interdisciplinare sui reati d’arte, organizzato da Arca (acronimo perAssociation for research into crimes against art), una associazione guidata da un giovane talentoso, Noah Charney, alla quale collaborano archeologi, criminologi, storici dell’arte, conservatori provenienti da tutto il mondo.
Possibile che a farci giustamente la lezione sull’importanza del “contesto” di un’opera d’arte debba essere sul suo blog il professor Derek Fincham, docente per il master Arca, prendendo a pretesto una statua bronzea di Germanico, collocata come si conviene al museo archeologico di Amelia? Non viene in mente a nessuno la correlazione coll’atleta di Fano, ancora al Getty? Ci si appassiona, sacrosanto, alle pretese greche sul Partenone, dimenticandosi però che i termini di quel dibattito sono stati fissati – anche, per carità – da quanto ha saputo fare negli anni scorsi l’Italia. Si lascia che le richieste avanzate da tempo a musei come il danese Ny Carlsberg o il giapponese Miho di Kyoto si illanguidiscano, ravvivate di volta in volta solo dagli esiti dei processi in corso su intere collezioni trafugate dal Belpaese per arricchire trafficanti e commercianti senza scrupoli. O che continuino ad essere battuti da case d’asta internazionali oggetti preziosi dalla incerta, anzi certissima, origine. A che punto sono, tanto per dire, i negoziati sulla eredità di Robin Symes? Quella, insomma, che era fino a ieri una frontiera su cui il precedente governo aveva attestato non un riflesso nazionalistico, ma al contrario una istanza etica contro gli scavi illeciti e la spregiudicata spoliazione del patrimonio culturale, non solo in Italia, oggi pare lasciata invigilata, deserta come una fortezza Bastiani (e sì che il prossimo anno tornerà la Venere di Morgantina). O come una spettrale necropoli. Fenicia, magari.

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